Introduzione di Liliana Guidetti (Sinistra Aperta) all'incontro del 9 giugno2011
Sinistra Aperta è nata nella campagna elettorale per le elezioni amministrative del 2009. Ha raccolto la fiducia dell’elettorato entrando nella maggioranza di governo con un consigliere comunale e cercando poi, nei due anni seguenti, di affrontare con spirito critico e proposta politica concreta (come dicono le Madri de Plaza de Mayo descrivendo la sostanza della propria azione politica, “passando dalla protesta alla proposta”) alcuni temi fondamentali per la nostra città e per la vita pubblica del nostro Paese.
Tra i diversi temi affrontati, il Testamento Biologico richiede strumenti ed indicatori culturali precisi per comprendere il significato di dignità, libertà, autodeterminazione individuali e del loro valore collettivo, e non c’è dubbio che la Bioetica è fondamentale per saper leggere problemi e risorse della società contemporanea e, come nessun altro sapere, aiuta oggi ad entrare nel merito delle linee guida che caratterizzano i sistemi di cura e assistenza. Il senso delle tante battaglie nazionali e locali sul Testamento Biologico che ispira Sinistra Aperta mette in primo piano le garanzie verso persone in situazioni di grave disagio per indicare “la misura” del grado di civiltà sociale.
Da tre mesi abbiamo così il Registro delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento presso l’URP del Comune di Ferrara e Sinistra Aperta ha disposto un servizio di consulenza alla cittadinanza. 32 persone hanno depositato il loro testamento biologico ed altre 5 si sono prenotate per questa settimana. Queste persone hanno fatto un percorso intimo non semplice e sono pienamente consapevoli che il ddl Calabrò, in discussione alla Camera, mira ad invalidare proprio quei testamenti che contengono disposizioni anticipate per l’interruzione dei trattamenti medici. Le stesse persone restano tuttavia convinte che lasciare indicazioni ora, nel pieno delle proprie facoltà, per allora in situazione di no-competent circa il cosa fare o non fare sui propri corpi, sia l’unico strumento per tutelare il diritto all’autodeterminazione ed un modo per sostenere i medici ed il personale sanitario nelle complesse decisioni che devono prendere di fronte a situazioni estreme, per governare il senso stesso del Consenso Informato.
La politica istituzionale, in questo ambito, ha mostrato e continua a mostrare, spesso con campagne mediatiche grottesche lacune ed una generale superficialità.
Sinistra Aperta si propone di collaborare a livello locale con organismi ed istituzioni territoriali per costruire una cultura del fine vita che non sia dominio esclusivo della medicina né rimozione di un evento inevitabile. Molti studiosi, pur nella diversità del rapporto che ciascuno di loro ha nei confronti della tecnica, esprimono la predominante opinione che costruire una nuova cultura della morte sia una grande opportunità per l’umanità.
Aldo Schiavone che pensa ad un nuovo umanesimo, dice: “la potenza della tecnica non si esorcizza immaginando paletti e confini alla libertà della ricerca, bensì accrescendo il senso e gli strumenti della nostra responsabilità. (..) Non è la tecnica a correre troppo in fretta, è il resto della nostra civiltà ad essere rimasta indietro. Come si esce da questo ritardo? Non bloccando la ricerca o l’innovazione, ma aumentando la potenza del pensiero che a quella ricerca deve dare significato sociale, un senso collettivo, una prospettiva, una misura”.
Viviamo in un’epoca di antidestino per Remo Bodei e l’autonomia della scienza è “una sorta di profilassi” che ci prepara a prendere decisioni su cose che in passato dovevano essere accettate come inamovibili.
E’ fuori discussione per tutti questi pensatori che la libertà dell’uomo è cresciuta ed è individuale. Roberta de Monticelli esorta a non averne paura dal momento che la libertà individuale è alla base della morale e, dice: “la questione fondamentale sta nel credere che nessun uomo è più competente degli altri in materia morale”.
Mentre questi ed altri pensatori scrivono libri, articoli sui giornali, insegnano nelle università, parallelamente i paradigmi cui i vertici della politica fanno riferimento in Italia, testimoniano un’insopportabile pigrizia ed un pericoloso sentimento di onnipotenza.
“Biopolitica”, “agenda etica”, sono questi i termini per utilizzati dagli Odg della Camera dei Deputati, inquietante confusione perché in questo modo la politica rinuncia a dotarsi degli strumenti per comprendere la società, pretende di presidiare la ricerca scientifica e di inchiodare le professionalità con la normativa ed il burocratismo (più o meno tecnologico). Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la regola giuridica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Stefano Rodotà, nel capitolo del suo libro “La vita e le regole” dove affronta il tema del “Fine Vita”, inserisce queste parole di Ernst Bloch ”nessuno vive perché lo vuole, ma una volta che vive lo deve volere” (Diritto naturale e dignità umana.1961), parole capaci di restituire come ogni persona, ogni giorno, in qualunque parte del mondo fa i conti con questa semplice verità. Le persone migrano per costruire un progetto di vita, impattano con le diversità sessuali e la differenza di genere, affrontano desiderio e diverse possibilità di procreare o crescere figli non biologici, cercano relazioni umane e forme di convivenza basate sull’amore ed il rispetto reciproco, si ispirano a diverse religioni, aspirano ad un tempo più lungo della vita sapendo che cambiano continuamente spazio e modi delle scelte e che, contemporaneamente, può includere varie forme di disabilità ed intermittenti condizioni di fragilità sociale, imparano continuamente a mediare tra passato-presente-futuro...
Condividiamo, ancora, questo pensiero di Rodotà: “le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche degli ultimi tempi hanno dilatato la portata della vita con una intensità che ne ha modificato il significato e posto il problema dell’accettabilità etica, sociale, giuridica della tecnica. Quando si discute di fine vita, allora, e ci si interroga intorno alla possibilità di intervenire sui tempi e sui modi di essa, questo non accade perché una deriva culturale ha impoverito il significato dell’esistenza, ma perché la realtà ci impone di considerare e regolare situazioni che, ancora ieri, sarebbero state risolte dalla natura e dalle sue “leggi”; non dobbiamo registrare passivamente il nuovo dato di realtà, ma s’impone una valutazione che, ormai, deve avere i suoi punti di riferimento nei principi di dignità, eguaglianza, autonomia, senza cedere alla tentazione di riferirsi soltanto ad una nozione di vita ridotta alla sua misura biologica”.
Non ci serve quindi un'agenda “etica” né una “Biopolitica”, ma è invece assolutamente indispensabile un’agenda “politica” che coprenda i temi della Bioetica ed acquisire conoscenze per leggere ed interpretare lo straordinario cambiamento antropologico spinto dal bisogno delle persone ad autodeterminarsi, confrontandosi a viso aperto con la vita e quindi anche con la disabilità, con la morte.
Per questo tentiamo come Sinistra Aperta iniziative “politicamente inusuali” come quella di oggi, qui alla Camera del Lavoro, insieme alla CGIL. Mettere insieme semplici cittadini e professionisti della sanità, in una sede sindacale, intorno ad un tema complesso com’è il fine vita è un segnale di responsabilità condivisa. Vedremo insieme come proseguire.
Per questo ci siamo rivolti ancora a Mario Riccio, medico, specialista in anestesia e rianimazione e componente della Consulta di Bioetica di Milano, pubblicamente conosciuto per l’aiuto che ha saputo dare a Piergiorgio Welby nel momento più alto e difficile della sua vita, e che a partire dalla particolarità delle singole esperienze ne propone il valore collettivo e ne fa traccia preziosa per percorsi di conoscenza comune.