Intervento di Daniele Lugli - Difensore Civico della regione Emilia-Romagna - al seminario organizzato da Sinistra Aperta il 16 dicembre 2011
Volentieri porto modeste considerazioni introduttive all’iniziativa, che mi pare ben caratterizzata dall’invito. Si sottolinea infatti l’importanza del referendum per la mobilitazione civile e la straordinaria partecipazione che lo ha contraddistinto, per la tematica dei beni comuni introdotta, nei termini della più attenta tutela, quali beni essenziali alla vita delle comunità, da sottrarre perciò alla pura logica del profitto e del mercato, con semplice delega alle multi utility.
Da ciò si deriva l’esigenza di delineare percorsi per un controllo collettivo e una gestione pubblica efficace, nel mezzo di una crisi di ampiezza e profondità non ancora esplorate, che intanto sottrae risorse e capacità decisionali alle autonomie locali.
Sono Difensore civico della nostra Regione e secondo lo Statuto questo organo, autonomo e indipendente, è posto a garanzia dei diritti e degli interessi dei cittadini nonché delle formazioni sociali che esprimono interessi collettivi e diffusi. Svolge funzioni di promozione e stimolo della pubblica amministrazione.
Partiamo dunque dalla garanzia dei diritti. I cittadini, col referendum, ne hanno esercitato uno essenziale: il solo che si riferisce alla democrazia diretta, alla possibilità di intervenire, sia pure nelle forme del referendum abrogativo, incidendo sulla legislazione e perciò sul quadro in cui si inscrivono le politiche. Dell’istituto si erano recitati motivati de profundis dopo il fallimento di una serie di appelli referendari. Torna invece a risplendere la gemma della Costituzione, per usare una definizione di Norberto Bobbio. Già questa considerazione ci fa guardare con particolare attenzione alla volontà che vi si è espressa.
A ciò si aggiunge che al centro del quesito si poneva il tema della tutela dei beni fondamentali, dei beni comuni (common goods) o più precisamente, per usare la terminologia e la riflessione di Luigi Ferrajoli, del primo dei beni sociali. Sono infatti beni fondamentali correlativi a diritti fondamentali: i beni personalissimi, liberi cioè da violazioni, appropriazioni, utilizzazioni da parte di altri: come gli organi del corpo umano, la cui integrità è tutt’uno con la salvaguardia della persona e della sua dignità (e mi piace ricordare la bella iniziativa di Sinistra Aperta sul c.d. biotestamento); i beni comuni, consistenti in immunità da devastazioni e saccheggi e anche nel diritto di tutti di accedere al loro uso e godimento: aria, clima, beni ecologici del pianeta, dai quali dipende il futuro dell’umanità; infine i beni sociali, oggetto di diritti sociali alla sussistenza e alla salute: acqua, alimenti di base, farmaci essenziali…
La prima planetaria emergenza è quella dell’accesso all’acqua potabile, accesso necessario, non sufficiente, per l’instaurarsi del primo diritto che è quello alla sussistenza. L'acqua potabile non è più un bene naturale, né tanto meno un bene comune naturalmente accessibile a tutti. “Nessuno, tanto meno a Ferrara, – è scritto nell’invito - beve da un ruscello di montagna e può ragionevolmente pensare che senza un accurato e anche costoso processo industriale (e proprio per questo serve una assennata, equa e previdente gestione pubblica dell'intero processo) si dia oggi una reale fruibilità di questo bene”. E noi siamo anche in questo privilegiati: più di un miliardo di persone non hanno la possibilità di accedervi e milioni di persone muoiono per questo ogni anno. L’acqua, infatti, è diventata un bene scarso per più motivi, disputato e oggetto di conflitti. Le massicce privatizzazioni delle risorse idriche ne fanno beni patrimoniali, mentre se ne richiede la garanzia come beni fondamentali. Da ciò la considerazione dell’acqua potabile come un bene pubblico, sottoposto – scrive Ferrajoli – “a un triplice statuto: l’obbligo della sua distribuzione gratuita a tutti nella misura necessaria a soddisfare i minimi vitali (calcolata in almeno 40 o 50 litri al giorno per persona); il divieto delle sue distruzioni e degli sprechi; la tassazione infine, su basi progressive, dei consumi eccedenti il limite minimo”. Le disposizioni, che il giurista vede necessarie su un piano internazionale per proteggere le risorse idriche del pianeta, evitarne sprechi ed inquinamenti, con tassazione dei consumi eccedenti i minimi vitali e con distribuzione capillare a tutti dell’acqua potabile, dovrebbero essere di immediata applicabilità nei Paesi più sviluppati. L’esito referendario questo suggerisce.
Lo sbocco della sottrazione di questo bene essenziale per la vita delle comunità alla pura logica del profitto e del mercato, con ritiro della delega alle multi utility, comporterebbe infatti, secondo i promotori del referendum, il ritorno alla gestione attraverso enti di diritto pubblico, l’erogazione gratuita di un primo contingente di 50 l/giorno a testa, la creazione di un “fondo per la ripubblicizzazione del servizio idrico” a carico della fiscalità generale.
Qui occorre fare i conti con un’obiezione. La riprendo da un intervento su Repubblica del 6 dicembre di Alessandro De Nicola, docente della Bocconi e Presidente dell’Adam Smith Society. È bene vendere i beni pubblici e non solo per far cassa, ma perché il mercato funziona comunque meglio della gestione pubblica, sostiene De Nicola. E’ un’evidenza per la quale gli basta nominare Finmeccanica, Alitalia, Tirrenia, molti acquedotti pubblici, Rai Fincantieri per concludere che le aziende in mano al Leviatano ( e anche ai suoi piccoli, suppongo) possono ingenerare perdite enormi, che poi devono essere coperte dal contribuente. Le aziende pubbliche funzionano quindi peggio delle private anche prescindere dalla corruzione. De Nicola non si occupa del referendum, ma se le sue osservazioni hanno qualche fondamento e se Carta europea e Mastricht affermano che “L’Italia è un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” gli esiti di un referendum, pur così importante, non possono prescindere dal contesto in cui si inseriscono. E anche dalla legislazione complessiva sui servizi pubblici vigente nel nostro Paese.
A dare manforte al De Nicola, nella pagina di fronte dello stesso quotidiano, trovo Tagliare tasse e spesa di Alberto Bisin, professore al Department of Economics, New York University. Per carico fiscale talloniamo Svezia e Danimarca, non però nella qualità dei servizi. Per i servizi pubblici impieghiamo il 50% del Pil, mentre agli altri Paesi costano il 20 o al massimo il 30% del Pil, con standard non inferiori e spesso superiori. Senza entrare in particolari non sembra che brilliamo in qualità nella gestione pubblica, sia al centro che in periferia. Del resto l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua è stato voluto e propiziato anche da un funzionamento complessivamente non soddisfacente dell’assetto precedente. L’idea era quella di coinvolgere il privato senza che l'acqua diventasse "dei privati". Le risorse per adeguare gli impianti non più assicurate da interventi statali e fiscalità sono state cercate nel mercato. Si è voluto “modernizzare” il settore, trasferire l'onere dalla fiscalità alle tariffe pagate dagli utenti. L’aumento delle tariffe è stato principalmente a ciò dovuto e non al processo di “privatizzazione” in quanto tale. I risultati non sono però stati entusiasmanti, come in numerose privatizzazioni, con buona pace di Bisin e De Nicola.
Lo sbocco finale verso il quale portare la gestione dell’acqua potabile, dell’intero ciclo integrato sarebbe meglio dire, richiede quindi molta attenzione perché sia utile, praticabile e sostenibile. In questo quadro si pone il problema di cosa sia possibile coerentemente fare a livello centrale e nella realtà locale a diversa scala.
Nell’invito si afferma infatti l’esigenza di delineare percorsi di controllo collettivo e gestione sottratta alla logica del profitto e adeguata a realizzare gli obiettivi. Non è facile. Se non lo si è fatto in passato quali prospettive vi sono che ciò avvenga meglio in futuro?
Chiunque abbia la gestione ha il problema delle risorse ingenti per investimenti e manutenzione. Di “un accurato e anche costoso processo industriale” parla, come si è ricordato, l’invito. Il gestore ha bisogno di “regole” certe e stabili nel tempo per poter programmare uno sviluppo industriale corretto in particolare laddove, come nel Servizio Idrico Integrato, sono richiesti ingenti investimenti – dice Hera, ma l’esigenza è valida quale che sia il gestore.
Inoltre in causa non è, come abbiamo visto, la sola gestione del servizio idrico nel suo ciclo integrato – distribuzione dell’acqua, fognature, rifiuti e riciclaggio – ma l’integrazione della gestione dei servizi idrici con il governo complessivo della risorsa acqua (dolce) a livello di bacino idrografico. Noi, che beviamo l’acqua del Po, lo sappiamo benissimo.
Torniamo per un momento a cosa è avvenuto con il referendum. Con il sì al primo quesito si è cancellato l’obbligo di privatizzare il servizio idrico imposto ai Comuni dall’art. 23 bis del cosiddetto decreto Ronchi (Andrea non Edo). Con il sì al secondo quesito si è tolto alle imprese gestrici il godimento di un profitto minimo del 7% da caricare sulle tariffe, a copertura degli interessi sugli investimenti.
Già ristabilire una disciplina coerente colmando i vuoti, senza tradire lo spirito referendario, è complesso e richiede iniziative a più livelli: nazionale, regionale e locale. Non ho su questi aspetti alcuna conoscenza particolare. Nulla mi azzardo a dire su quello che avverrà a livello nazionale. Solo ricordo che l’esito dell’altro referendum sul quale si è votato, il no al nucleare, non ha impedito al Ministro di riproporre l’esigenza del nucleare stesso. Possiamo aspettarci la lettura più riduttiva delle conseguenze da trarre dal referendum.
La Regione dal canto suo accorpa gli ATO e cambia le modalità di vigilanza dei servizi idrici e di gestione dei rifiuti urbani, fin qui affidata ad un’Autorità regionale, con la quale ho bene collaborato nella garanzia dei diritti degli utenti.
L’articolo 3 Politiche ambientali, dello Statuto regionale recita:
1. La Regione, al fine di assicurare le migliori condizioni di vita, la salute delle persone e la tutela dell'ecosistema, anche alle generazioni future, promuove:
a) la qualità ambientale, la tutela delle specie e della biodiversità, degli habitat, delle risorse naturali; la cura del patrimonio culturale e paesaggistico;
b) la conservazione e la salubrità delle risorse primarie, prime fra tutte l'aria e l'acqua, attraverso la tutela del loro carattere pubblico e politiche di settore improntate a risparmio, recupero e riutilizzo…
La rilettura di questo articolo, magari integrato dall’esplicito riconoscimento del diritto all’accesso per tutti, alla luce anche dell’esito referendario, può fornire indicazioni per modificare e migliorare le politiche di settore fin qui seguite.
Così non è senza significato che i Comuni, e anche il nostro, indichino nel proprio Statuto l’acqua potabile come bene fondamentale, al quale corrisponde un diritto fondamentale di ogni persona, da garantire con forme di gestione sempre più adeguate e coerenti a questa caratteristica. Non è senza significato che il nostro Comune, né impotente, né onnipotente, dia il proprio contributo nella ricerca delle forme praticabili e migliorabili di gestione, nel confronto con la Regione e con gli altri Comuni.
Vi sono proposte possibili e responsabilità differenti ai diversi livelli di governo. La crisi che attraversiamo accentua le difficoltà, ma assieme accentua la necessità di trovare risposte non effimere e condivise. Mi piace chiudere con una nota di speranza. La prendo ancora da Luigi Ferrajoli, che vede in questa situazione “un’opportunità per rifondare la politica perché i beni comuni hanno questa straordinaria capacità di accomunare, hanno la straordinaria capacità di unificare… Le politiche e la cultura dei beni comuni hanno a che fare non soltanto con l’uguaglianza, valore universale, ma anche con il futuro e con la nostra stessa sopravvivenza”. E’ un’opportunità tutta da cogliere, difficile ma non impossibile, se la mobilitazione referendaria sa mantenersi e crescere in diffusione di competenza tra le persone e in costruzione di un’opinione pubblica informata e consapevole, se il “se non ora quando” delle nostre compagne di vita non si esaurisce in pur importanti manifestazioni, se ciascuno può ripetere finalmente, con i ragazzi di don Milani, “ ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”, che in questo caso neppure funzionerebbe. Non è impossibile pensare che una spinta alla partecipazione consapevole, alla democrazia, alla politica possa avere un impulso a partire dalla consapevolezza dei beni comuni da conservare e migliorare. E che questo possa avvenire in rapporto ai Comuni, dal nostro intanto, come le istituzioni che sentiamo, se non vicine, meno lontane dalle altre. Non occorre di meno. Solo cittadini partecipi e consapevoli possono indirizzare, sostenere, controllare le scelte difficili che impegneranno la nostra amministrazione comunale. Solo da questa base possono trarre forza e ispirazione gli uomini e le donne che, per elezione o impegno di lavoro, hanno il compito di tradurre in atti concreti l’indicazione referendaria. Quando queste condizioni si verificano rappresentanti e lavoratori comunali sanno dimostrare di non essere né “casta” né “fannulloni”.